UN REFERENDUM INUTILE E CONTROPRODUCENTE

di Christian Ferrari, Segretario Generale della Cgil del Veneto

Gli anni ‘90 sono ormai alle nostre spalle ed è forte la sensazione che, con i tempi d’oro, sia finita l’illusione che la soluzione a tutti i nostri problemi economici e sociali possa venire dall’autonomia o, peggio, dalla secessione.
Lo dimostra anche quanto sta avvenendo in Catalogna, lo conferma lo scetticismo con cui un numero crescente di cittadini veneti sta guardando all’imminente appuntamento referendario deciso dal Consiglio Regionale.

Appare evidente la logica cui si ispirano i referendari nostrani: di fronte ad una crisi generale del Paese che si fatica a superare, non esiste la possibilità di uscirne insieme, come comunità nazionale; e chi può, chi ha i mezzi e le risorse deve provare a salvarsi da solo, separando il proprio destino dagli altri.
Una logica opposta a quell’idea di autonomia e federalismo cooperativo e solidale che la Cgil da tempo sostiene e che ha anche rappresentato una delle regioni del nostro NO al referendum del 4 dicembre 2016 su una riforma costituzionale il cui impianto neocentralista avrebbe ulteriormente allontanato i cittadini dai luoghi delle decisioni.

Le ragioni del nostro giudizio critico nei confronti di questo referendum consultivo sono molte e consistenti.
La sua inutilità innanzitutto: una consultazione non prevista, totalmente inefficace giuridicamente, che poteva e doveva essere evitata andando direttamente a trattare con il Governo.
Un referendum controproducente perché caratterizzato da un taglio divisivo e conflittuale su una materia che, invece, richiederebbe un atteggiamento costruttivo di lealtà e collaborazione istituzionale tra i diversi livelli di governo.

L’approccio di contrapposizione frontale che caratterizza sistematicamente la Regione Veneto nei confronti dello Stato può magari essere utile ai fini della propaganda politica, ma compromette e allontana sempre più l’obiettivo concreto.
Se infatti gli spazi di maggiore autonomia devono essere contrattati con il Governo prima e approvati dalla maggioranza assoluta del Parlamento poi, che senso ha alimentare uno sterile scontro politico e istituzionale?
Perché non scegliere ad esempio la strada – molto più efficace e coerente – intrapresa dall’Emilia Romagna che ha costruito una proposta compiuta, coinvolto Autonomie locali e parti sociali ed attivato subito la trattativa con l’Esecutivo?

La questione delle risorse, poi, non è certo secondaria.
Perché la logica in base alla quale il gettito fiscale prodotto in un territorio debba restarvi integralmente (salvo gentile concessione), oltre a negare alla radice qualunque meccanismo di solidarietà e di garanzia dei diritti universali su tutto il territorio nazionale, è palesemente incostituzionale e impraticabile.
Una mistificazione, come il mantra del cosiddetto “residuo fiscale” da decine di miliardi di euro, che alla prova dei fatti e dei dati ufficiali si sgonfia totalmente.
La realtà è che già oggi al Veneto ritorna circa l’89% delle risorse (media anni 2008/2014), come dimostra uno studio documentato del Professor Luciano Greco dell’Università di Padova.
Ed è chiaro che oltre quella soglia non si può parlare più di autonomia, ma semplicemente di secessione.

Infine c’è l’operazione politica di distrazione e di rimozione che, attraverso il referendum, la classe dirigente veneta tenta di fare rispetto ai propri fallimenti e alla mancanza di strategia per il futuro.
Come è stata usata l’autonomia che già c’è e che c’era prima? Da questo punto di vista è sotto gli occhi di tutti un lungo elenco di veri e propri “capolavori dell’Autonomia veneta”: dal disastro delle banche venete al Mose, da un consumo di suolo dissennato all’inquinamento ambientale (da ultimo il caso Pfas), dalla finanza di progetto alla gestione sconsiderata di vicende come quella dei vaccini.

Ma soprattutto: qual è il progetto sui cui si chiede più autonomia? Qual è il modello di sviluppo e il piano industriale per una delle prime regioni manifatturiere europee? Qual è la visione per il Veneto dei prossimi decenni?
Noi pensiamo che il futuro – e gli interessi economici – della nostra Regione non possano che svilupparsi dentro una prospettiva di coesione nazionale e di rilancio dell’integrazione europea.
Perché se l’idea è quella di una “Venexit” solitaria in un’Europa concepita come una grande Svizzera fatta di piccoli cantoni e di piccole patrie (sono parole di Luca Zaia) – illudendosi di poter contare solo sull’export e sulla piccola domanda interna regionale – a pagare il prezzo più alto sarebbero proprio i cittadini veneti, i lavoratori e il nostro tessuto produttivo.

VOLANTINO DELLA CGIL DEL VENETO
ORDINE DEL GIORNO DEL DIRETTIVO NAZIONALE CGIL
VIDEO INTERVISTA DEL TG3 REGIONE A FERRARI