Intervista del Segretario Generale della Cgil del Veneto al giornale online Timer Magazine

FERRARI (CGIL): IL VENETO PUÒ DIVENTARE LEADER EUROPEO DEL MANIFATTURIERO. BASTA IMMOBILISMO DELLA POLITICA
pubblicato 25 novembre 2017 da Daniela Boresi

di Giorgio Gasco

Ricompaiono le file di camion, scomparse progressivamente negli ultimi dieci anni, da quando il crac della Lehman Brothers ha dato il via alla crisi economica più pesante dopo quella del 1929. Al di là degli indicatori prospettici di Istat, Bankitalia e del governo Gentiloni che fanno ben sperare nella ripresa anche dell’Italia, che qualcosa si stia realmente muovendo lo si vede percorrendo le autostrade italiane, del Nordest in particolare: i mezzi pesanti sono tornati segno che la ripresa, seppure assai lenta, è in atto.

Christian Ferrari, segretario della Cgil del Veneto, il Paese e il Veneto hanno riavviato i motori?
“È il tratto positivo dell’ultimo anno, dopo due lustri terribili di caduta e crisi. Ci sarebbero, dunque, i segnali di una ripartenza più complessiva. Nel 2016 il Pil del Veneto ha registrato un +1,2%, verosimilmente è previsto un incremento ulteriore per l’anno in corso”.

Secondo la Cgia di Mestre si attesterebbe al 2%.
“Può essere. Ovviamente sono indicatori calcolati dall’Istat in fase di consultivo, però tutto ci dice che siamo sull’onda dello scorso anno, forse con qualcosa in più. E’ confortante che nel 2016 il Veneto abbia già registrato il massimo storico delle esportazioni del Veneto e, dai dati dei primi tre trimestri di quest’anno, probabilmente dovrebbe essere superato”.

Si può dire: meno male, per il Veneto, che l’export c’è.
“Certamente, soprattutto i settori meccanica, agroalimentare, chimica, occhialeria, legno (che era stato aggredito profondamente dalla crisi) stanno dando segnali di forte vitalità grazie agli ordinativi provenienti dall’estero dopo la selezione darwiniana avvenuta nell’ultimo decennio”.

Quindi, tutto bene anche per il Veneto?
“Non proprio. Guardando al commercio mondiale, è ovvio che ora sta andando bene se si aggancia la timida ripresa all’export. Però, c’è un rischio: al primo cambio di vento la ricaduta può tornare a manifestarsi”.

A oggi qual è lo stato di salute del Veneto?
“Vive in un chiaro scuro, in contraddizione: c’è una progressiva divaricazione del sistema produttivo, tra una parte minore che va bene perché legata all’export e che sta contribuendo al benessere dell’area, e una parte maggioritaria legata al mercato interno che è ancora in stagnazione”.

Come il commercio: i consumi non ripartono e i centri commerciali “ammazzano” sempre di più il servizio di vicinato.
“Vero e aggiungerei anche l’edilizia che è sempre un comparto indicatore complessivo e che segna ancora un encefalogramma piatto. Insomma, tutto ciò che non è legato al turismo è in preoccupante stand-by. Adagiarsi sull’ottimismo legato solo ad una parte minoritaria dell’apparato produttivo del Veneto fa perdere di vista i nodi di criticità strutturali ancora presenti derivati da fattori interni”.

Domanda interna ferma, e i salari?
“Purtroppo, la dinamica dei salari non sta seguendo l’andamento positivo del Pil e dell’export”.

In Veneto sono 220mila le persone che hanno perso il lavoro nei dieci anni di crisi.
“Il dato di disoccupazione ha queste dimensioni, il tasso è più che doppio rispetto a quello di dieci anni fa, pari al 6,8% segnalato dall’Istat a fine giugno. Il Veneto aveva dati di disoccupazione scandinava, quasi piena occupazione (1-2 per cento) fino al 2007. Oggi, va aggiunta la condizione delle giovani generazioni che pagano il prezzo più alto in presenza per la crisi. Nelle settimane scorse si è dichiarato con grande enfasi il ritorno a livello pre-crisi del valore degli occupati. E’ vero, se si contano le teste, ma il dato ha un’altra duplice dimensione: quantitativa, se è vero che l’Italia ha ritrovato il numero di occupati di dieci anni fa, è anche vero che il monte ore lavoro, vero criterio omogeneo e coerente per fare un paragone, è invece crollato. Quindi, se si considerano le unità di lavoro a tempo pieno equivalente ci si rende conto che siamo ancora sotto del 5% rispetto alla quantità di lavoro di dieci anni fa. Tradotto: in Italia mancano all’appello un milione 200mila posti di lavoro per tornare al 2008, identica proporzione per il Veneto”.

E continua il precariato?
“Sono stati cambiati i connotati del mercato del lavoro, peggiorandoli sia in termini quantitativi (esplosione del part time, delle forme flessibili e precarie che non garantiscono l’orario di lavoro e salario necessario a rispondere alle esigenze di vita) e il ricorso, soprattutto per i giovani, a forme di “lavoro” come tirocini e stage sempre più utilizzati come forma di acquisizione di manodopera a basso costo per mansioni di bassa qualità, invece di avere una finalità formativa e di esperienza lavorativa”.

Per contro pare ravvivarsi l’apprendistato.
“Fortunatamente sta segnando un buon trend di ripresa, che garantisce una certa qualità per l’ingresso dei giovani al lavoro. Come Cgil sosteniamo da sempre come questo sia il vero contratto da porre al centro del sistema del lavoro. Purtroppo, però, persiste la concorrenza sleale con l’utilizzo degli stage, dei tirocini, dei voucher”.

Le politiche messe in campo dai governi Renzi, prima, e Gentiloni, poi, per la ripresa stanno funzionando?
“Insomma. I segnali di ripresa sono tutti figli di fattori esogeni, cioé di combinazioni che sono al di fuori delle scelte di politica economica fatte dal Paese. Le politiche di svalutazione competitiva del lavoro e di progressiva flessibilità hanno indebolito capacità e potere contrattuale del lavoro, favorendo un modello di sviluppo che comprime il costo del lavoro illudendo che si possano guadagnare margini di competitività in questo modo. Siamo davanti ad un bivio, anche in Veneto, proprio in questa fase in cui si segnala un piccolo rimbalzo da trasformare in una crescita più solida e strutturale: continuare con il modello di sviluppo di questi anni, incentivato dalle politiche fin qui attuate finalizzate solamente sulla compressione dei costi; oppure indirizzarsi verso un modello di sviluppo che punta sull’innalzamento della qualità, del valore aggiunto del tasso di innovazione tecnologica della realtà produttiva del Veneto”.

Secondo lei, in Veneto c’è la volontà di intraprendere la seconda strada?
“Per ora vedo immobilismo da parte della politica affaccendata in tutt’altro. Eppure ci sono realtà positive e all’avanguardia, vere e proprie eccellenze che hanno investito e vanno bene, realtà in cui il sindacato c’è e fa contrattazione di qualità, dove c’è una ricaduta positiva della contrattazione di secondo livello sui salari. Dall’altra parte, purtroppo la maggioranza, c’è chi si illude di poter trovare uno spazio nel mercato solamente comprimendo i costi, contribuendo, così, alla stagnazione. La politica veneta dovrebbe chiedersi qual è il ruolo di una delle prime regioni manifatturiere d’Europa, che nonostante la crisi ha mantenuto alta la qualità anche se mancano ancora 18 punti di produzione industriale. Credo che il Veneto non possa essere semplicemente sub-fornitrice e terzista dell’industria centro europea e tedesca ma debba diventare protagonista. Questa è la scommessa per il futuro”.

Eppure il governo ha stanziato soldi per lo sviluppo.
“Vista dal Veneto, i bonus, gli incentivi, l’eliminazione dell’articolo 18 e tutte le politiche di questi anni non hanno aggiunto nulla in più ai settori potenzialmente sostenibili. Piuttosto sono state distribuite, in modo inefficace, risorse a pioggia a beneficio della parte più arretrata dell’apparato produttivo. E’ mancata una politica industriale che affiancasse ai soldi un obiettivo, quello di investire nell’innovazione”.

L’artigianato può seguire questo ipotizzabile rinnovamento?
“L’innovazione tecnologica non riguarda solo l’industria medio-grande. L’artigianato dovrà essere protagonista del processo. A patto che si attuino politiche mirate a fare risvegliare il mercato interno, regolando, finalmente, anche il processo di aggregazione e di crescita dimensionale delle imprese, smettendo di lasciarlo allo spontaneismo della singola realtà produttiva, che non funziona”.

Con una maggiore autonomia della regione Veneto si potrebbero accelerare e centrare i processi di ripresa?
“Mi pare che il taglio dato al dibattito sull’autonoma porti all’isolamento del Veneto dal contesto nazionale. Non esiste che si arrivi ad una Europa tipo una grande Svizzera fatta di piccoli cantoni, piccole patrie. C’è bisogno di un’autonomia che valorizzi il tessuto produttivo ma che stia saldamente ancorato al sistema Paese in un ambito europeo. Anche una regione ricca e produttiva come il Veneto non va da nessuna parte senza avere alle spalle un grande sistema Paese, un mercato interno: sono sicuro che anche dalle nostre parti c’è un interesse materiale per la ripresa del Sud”.

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