JOBS ACT DOPO IL COMPLETAMENTO CON GLI ULTIMI DECRETI: SE NE E’ DISCUSSO IN UN SEMINARIO ORGANIZZATO DALLA CGIL DEL VENETO

jacseminarioCon un partecipatissimo seminario nella propria sede di via Peschiera a Mestre la Cgil regionale ha affrontato una riflessione sul jobs act alla fine del percorso legislativo (gli ultimi decreti di poche settimane fa) che definisce le nuove norme sul lavoro e sugli ammortizzatori sociali.

Riportiamo gli interventi introduttivi di Paolo Righetti, Segretario regionale Cgil, e Fabrizio Maritan (dipartimento mercato del lavoro Cgil regionale).

PAOLO RIGHETTI:

Dopo la completa approvazione dei decreti attuativi della Legge Delega 183/2014, ci eravamo impegnati a programmare una giornata  seminariale di valutazione giuridica e politica sugli effetti complessivi della manovra.

E’ questa la principale finalità di questa prima giornata, riservandoci invece di organizzare a tutti i livelli della nostra organizzazione specifici incontri di informazione, formazione e approfondimento. Ovviamente riconfermiamo la piena disponibilità della struttura regionale a partecipare e a fornire il supporto richiesto.

La valutazione politico/sindacale della Cgil è chiara, netta, pesantemente negativa sull’ insieme complessivo dei provvedimenti adottati. Mi limito a richiamare qui alcuni dei motivi principali di questa valutazione:

  • Siamo in presenza di una regressione complessiva delle tutele e dei diritti sul lavoro che sposta l’ equilibrio dei poteri a favore dell’ impresa, mercifica il rapporto di lavoro, aumenta la ricattabilità dei lavoratori, rendendo così più difficile anche l’ esercizio della rappresentanza e della contrattazione.
  • Lungi dall’ estendere in modo omogeneo le tutele, si creano ulteriori discriminazioni e differenziazioni senza nessuna vera tutela crescente, anzi precarizzando di fatto anche il contratto a tempo indeterminato per tutti i nuovi assunti e per tutti coloro che cambieranno datore di lavoro in futuro.
  • Si riducono la platea, la durata e in alcuni casi l’ entità economica degli ammortizzatori sociali e se ne disincentiva l’ utilizzo spingendo di fatto verso la scelta dei licenziamenti. In una fase in cui la crisi morde ancora e produce proprio adesso i suoi effetti più dannosi si passa progressivamente da una logica solidaristica a una logica prettamente assicurativa.
  • Si determina una confusione e un’ incertezza totale sull’ articolazione delle titolarità, delle responsabilità, delle competenze, delle strutture relativamente alle politiche attive del lavoro; ma soprattutto continua ad esserci una grave inadeguatezza delle risorse dedicate rispetto alle necessità derivanti dai compiti e dagli obiettivi sfidanti attribuiti a questo ambito di intervento. Ciò è ancora più evidente se lo confrontiamo con quanto investono gli altri paesi europei nei servizi pubblici per il lavoro.

A Fabrizio Maritan, responsabile del nostro dipartimento sul mercato del lavoro, il compito di fornire un sintetico riepilogo dei principali contenuti della manovra, focalizzando i temi su cui abbiamo chiesto un importante contributo a Donata Gottardi e Luigi Mariucci che ringraziamo per la loro disponibilità e partecipazione.

Infine Serena Sorrentino, della segreteria nazionale della Cgil, esporrà in modo ancora più compiuto le valutazioni e gli orientamenti della Cgil sul merito, sulle strategie e sugli effetti complessivi del Jobs Act e sulle prospettive, le possibilità e le priorità della nostra iniziativa e della nostra azione contrattuale.

FABRIZIO MARITAN:

Abbiamo pensato utile, dopo l’approvazione da parte del Governo degli otto decreti legislativi previsti dalla Legge delega 183/2014, effettuare una valutazione complessiva sulle misure e sui cambiamenti introdotti da cosiddetto Jobs Act. Al di là del giudizio sulla singola materia e sulla sua applicazione, è necessario comprendere l’impatto che l’insieme dei provvedimenti ha nel nostro Diritto del Lavoro, che ha o meglio aveva al centro “la tutela del lavoratore come contraente debole”.

Siamo di fronte ad una Riforma che tocca molti aspetti, a differenza delle precedenti riforme (pacchetto Treu del 1996, d.Leg.vo 276/03) che si erano occupate prevalentemente di flessibilità in entrata; un intervento molto più radicale della L. 92/2012 che pure aveva messo mano alla disciplina dei licenziamenti e modificato parzialmente l’art. 18, ridimensionato il lavoro intermittente e le collaborazioni a progetto,  introdotto l’Aspi ed i Fondi bilaterali di solidarietà, mai decollati.

Altrettanto utile è cogliere il divario tra gli obiettivi dichiarati dal Governo e la loro traduzione legislativa. Pensiamo ad esempio a come è stato affrontato il tema della precarietà del lavoro e della sicurezza sociale nel caso di perdita del lavoro.

La ripetuta propaganda governativa ascrive al Jobs Act il lieve miglioramento occupazionale nelle assunzioni a tempo indeterminato nei primi 9 mesi del 2015 (26mila in Veneto e 90mila a livello nazionale). Qualcuno finisce per crederci, gli addetti ai lavori sanno che non è così e che questi risultati sono frutto esclusivamente del superincentivo previsto nella legge di stabilità 2015, che è in corso di revisione per il 2016 sia per i costi sia per gli effetti preversi che in alcuni casi ha generato (utilizzo fraudolento).

Sappiamo bene che se non c’è ripresa e se non ci sono investimenti il lavoro ristagna e anche nella nostra Regione, nonostante il miglioramento di alcuni indicatori (riduzione della Cig e dei licenziamenti) ci sono ancora tante, troppe crisi aziendali con centinaia di esuberi e la disoccupazione giovanile è ancora molto alta, con i giovani che sono costretti a lavori saltuari e dequalificati (aumentano i voucher e i tirocini.) perché non trovano un lavoro che corrisponde alle loro aspettative di studio e di formazione.

La lotta alla precarietà si è “limitata” alla abrogazione di istituti minori e poco utilizzati (job sharing e associazione in partecipazione) e in modo un poco più significativo della parziale abrogazione delle collaborazioni coordinate e continuative (abrogazione della modalità a progetto dal 1/1/2016) con alcune esclusioni.

Viceversa si è “precarizzato” il lavoro a tempo indeterminato con l’abrogazione della cosiddetta tutela reale (art. 18 dello Statuto) introducendo il “contratto a tutele crescenti” con il D. Leg.vo n. 23/2014.

E’ stato liberalizzato il contratto a termine (e la somministrazione) rimuovendo le causali per farvi ricorso e 5 proroghe nell’arco dei 36 mesi ( cosiddetto Decreto Poletti del 2014).

Si è favorito il ricorso ai voucher per lavoro accessorio che nei primi 8 mesi del 2015 ha subito un aumento del 70% rispetto al corrispondente periodo del 2014.

Un positivo ma timido e limitato intervento vi è stato sul tema della conciliazione tempi di vita e di lavoro, che certamente un pochino aiuta ma siamo ben lontani dal risolvere i problemi delle donne e degli uomini nella cura dei figli e dei genitori anziani, in modo particolare.

A Donata Gottardi abbiamo chiesto di valutare i provvedimenti emanati dal punto di vista della Flexicurity, che è materia centrale nella definizione delle politiche Europee. Quanto le nuove normative adottate sono coerenti con gli indirizzi Europei in materia e se e quanto si avvicinano o sono lontane dalle migliori legislazioni dei Paesi Europei più avanzati. In altre parole se a fronte di maggiore flessibilità in entrata, in uscita e sul posto di lavoro, corrisponde un rafforzamento delle politiche di sostegno al reddito, di transizione da lavoro a lavoro con una formazione adeguata e servizi all’impiego efficienti, un rapporto migliore tra scuola e lavoro (Legge sulla Buona Scuola prevede di incentivare i percorsi di ASL e di apprendistato).

Per quanto riguarda il sostegno al reddito in costanza di lavoro e nei periodi di disoccupazione, ricordo che dal 2016 non ci sarà più la Cassa Integrazione (Cig) per cessazione di attività (salvo accordi al Ministero) e per le procedure concorsuali. Dal 1/1/2017 cessa definitivamente l’istituto della mobilità. Sempre dal 1/1/2016 viene abrogato il contratto di solidarietà ex art. 5 legge 236/93. Inoltre non sappiamo ancora se per il 2016 sarà prorogata la Cig in deroga.

Con il D.Leg.vo 148/2015 vi è stata una revisione complessiva della Cig, dei Contratti di solidarietà e dei fondi bilaterali di solidarietà già introdotti dalla Riforma Fornero. L’intervento sulla Cig prevede una riduzione della stessa e un maggior costo per le imprese che ne fanno richiesta. Sui Fondi vi è un allargamento alle imprese con oltre 5 dipendenti, ripescando nei fatti il contratto di solidarietà di tipo B. In generale l’universalità delle tutele per i lavoratori in costanza di lavoro è un’altra occasione mancata; inoltre le prestazioni per i lavoratori delle imprese non in ambito Cig sono alquanto carenti in ragione della limitata contribuzione prevista.

Sempre nel Decreto n. 148 è prevista l’abrogazione della norma che limitava al 2017 la durata della Naspi, ovvero fino a 24 mesi per chi nei 4 anni precedenti il licenziamento ha contribuzione piena. Questo è positivo, ma dobbiamo anche registrare un taglio alle prestazioni per i lavoratori stagionali di tutti i settori previsti dalla Legge e dalla contrattazione collettiva, che in alcuni casi arriva al 50% della prestazione rispetto a prima. Su questo punto vi è una forte richiesta della Cgil e delle categorie interessate a trovare una soluzione per decine di migliaia di lavoratori precari che altrimenti dal 2016 avranno una decurtazione netta del loro reddito. Più in generale possiamo dire che la NASPI potenzialmente “estende” la prestazione di sostegno al reddito in caso di disoccupazione per i lavoratori ex L. 236/03 (licenziamenti individuali e plurimi), ma solo se avranno 4 anni di contribuzione piena, cosa alquanto difficile in tempi di forte mobilità e flessibilità lavorativa, aggravati da 7 anni di crisi economico-occupazionale, con un forte tasso di lavoro discontinuo, di uso abnorme dei voucher e di ricorso al falso lavoro autonomo (Partite Iva, collaborazioni ecc.).

Il Decreto 150/2014 affronta in modo più radicale e organico rispetto alle passate “riforme” quella che possiamo definire la seconda gamba della Flexicurity, ovvero le politiche attive del lavoro e i servizi all’impiego. Accanto ad una ri-centralizzazione dei servizi per il lavoro e la costituzione della nuova Agenzia nazionale ANPAL, dovrebbero essere potenziate le attività di ricollocamento al lavoro (assegno di ricollocazione) e di formazione che attengono alla competenza delle Regioni. Tuttavia i buoni propositi si scontrano con l’esiguità delle risorse finanziarie messe a disposizione e con la condizione di quasi abbandono dei Servizi pubblici per l’impiego che, con il superamento delle Province, non sanno ancora quale sarà il loro destino: ovvero se saranno presi in carico dalla costituenda Anpal o dalle Regioni. Una vicenda paradossale che produce demotivazione professionale con incertezze sullo stesso pagamento delle retribuzioni. Le Raccomandazioni dell’Europa di mettere mano alle criticità del nostro sistema di servizi all’impiego e della formazione sono rimaste lettera morta, prova ne sia la distanza tra l’Italia e gli altri Paesi Europei nella spesa per politiche attive che ci vede davanti solo alla Grecia, ma molto lontani dai principali paesi europei come la Germania e la Francia. Il rischio (in Veneto e Lombardia ne sappiamo qualcosa) è che le politiche attive del lavoro siano delegate interamente ai soggetti privati accreditati, relegando i servizi pubblici ad un ruolo marginale, con gravi ripercussioni sui soggetti più deboli del Mercato del Lavoro. In altre parole a fronte di maggiore flessibilità in uscita (contratto a tutele crescenti) non corrisponde un potenziamento immediato dei Servizi per il lavoro ed un sistema integrato ed efficiente di istruzione/formazione/lavoro che sia in grado di raccordarsi in modo permanente con i fabbisogni professionali del mercato del lavoro e individui le competenze necessarie.

A Luigi Mariucci chiediamo una valutazione complessiva del Jobs Act e come cambia il nostro Diritto del Lavoro, a partire dai diritti del lavoratore subordinato e parasubordinato, parte debole nel rapporto di lavoro, e quali spazi può avere la contrattazione collettiva nazionale e aziendale per recuperare alcune di queste tutele ed evitare che il lavoro diventi un mero fattore della produzione, bensì un’attività utile alla crescita non solo economica ma anche sociale e culturale di un Paese, che salvaguardi la libertà e la dignità della persona (come recita la Costituzione Italiana).

Diversi sono gli interventi nel Jobs Act che portano alla svalorizzazione del lavoro: il superamento dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori in caso di licenziamento, la modifica in pejus dell’art. 13 (demansionamento) e dell’art. 4 (controlli a distanza), l’estensione integrale della chiamata nominativa dei disabili (con il rischio che a rimetterci saranno i disabili più gravi), una riduzione delle sanzioni per lavoro nero ed irregolare, gli interventi in materia di sicurezza del lavoro, tanti interventi che in nome della semplificazione di fatto sono un grosso regalo alle imprese. Interventi che in gran parte vanno in una sola direzione: dare più potere in mano alle aziende. Come ha detto qualcuno sembra che il destino economico e occupazionale di questo nostro Paese sia stato delegato per intero al sistema delle imprese, in quanto il potere pubblico ha rinunciato al ruolo che gli compete. Un po’ come si diceva ai tempi di Berlusconi: quello che fa bene alle imprese fa bene al Paese.

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