Crisi idrica, CGIL Veneto: superare la logica emergenziale e pensare a misure strutturali

La crisi idrica sta profondamente colpendo il settore agricolo e l’industria agroalimentare, con ricadute pesantissime sulle famiglie e sui redditi di lavoratori e pensionati a causa del forte innalzamento dei prezzi di beni di prima necessità. 

Questa emergenza, seppure collocata nel più complessivo problema di come affrontare i devastanti cambiamenti climatici – ne abbiamo avuto l’ennesima e inconfutabile prova con la tragedia sulla Marmolada – e come accelerare la transizione green dell’economia e dei sistemi produttivi, necessita nell’immediato di misure ed investimenti specifici, per evitare una crisi sistemica per molti comparti dell’economia regionale e nazionale. 

Le previsioni del Defr (il Documento di economia e finanza della Regione Veneto) appaiono, alla luce di quanto sta accadendo, troppo timide e non proporzionate alle urgenti necessità che abbiamo di fronte. 

In questo quadro è comunque fondamentale un’azione coordinata tra Stato e Regioni, perché si vada oltre la logica della dichiarazione dello stato d’emergenza e si intervenga in modo strutturale, finanziando gli interventi necessari non solo attraverso le risorse del PNRR e del Fondo Complementare che lo accompagna, ma dedicando a questi obiettivi le risorse del Fondo di sviluppo per le aree rurali e gli investimenti dei Consorzi di bonifica. 

Questa è un’opportunità che richiede la capacità di presentare e cantierare tempestivamente progetti e interventi caratterizzati da una gestione integrata, circolare e sostenibile della filiera dell’acqua. 

C’è bisogno – dichiara Tiziana Basso, segretaria generale Cgil Veneto – di interconnettere diversi filoni di intervento che, a nostro avviso, sono necessari non solo alla difesa idrogeologica del territorio regionale, ma a riorientare l’uso delle acque e contrastare i cambiamenti climatici. 

Tra questi c’è il riutilizzo delle cave dismesse che, dopo una attenta verifica geologica e di salubrità dei terreni, potrebbero essere utilizzate sia per la costituzione di piccoli bacini di raccolta delle acque piovane sia per destinarli alla produzione di energia solare ed eolica. L’uso di piccoli bacini, oltre che il recupero delle acque reflue depurate, sono essenziali per una moderna agricoltura. 

Serve anche individuare i siti necessari e più idonei alla creazione di invasi più grandi, anche per ridurre il rischio idrogeologico di cui soffre il nostro territorio, colpito sempre più spesso da eventi atmosferici particolarmente violenti. 

Sarebbe opportuna anche una maggiore flessibilità delle concessioni per l’utilizzo delle fonti destinate alla produzione idroelettrica, in modo da ipotizzare – una volta superata questa fase complicata per l’approvvigionamento energetico – un utilizzo promiscuo dei bacini idrografici esistenti, destinandoli anche all’agricoltura e agli usi civili. Non si tratta di mettere in contrapposizione, ma di contemperare due esigenze fondamentali: la produzione di energia pulita e la destinazione dell’acqua all’agricoltura e ai cittadini.

C’è poi la necessità di destinare massicci investimenti per l’innovazione dei cicli industriali, per i sistemi di raccolta, depurazione e recupero delle acque di scarico e piovane e per l’efficientamento della rete di distribuzione idrica a fini domestici e non solo, per recuperare l’enorme quantità di acqua che si disperde lungo la rete. Si va infatti dal 24,7% di perdite di Vicenza al 70% di Belluno. 

La proposta che avanziamo alla Regione è la costituzione di un gruppo di lavoro per individuare e condividere gli interventi più urgenti e prioritari, partecipato dalle rappresentanze del mondo agricolo, dell’industria agroalimentare e dell’energia e delle Organizzazioni Sindacali di categoria e confederali. 

Ugualmente bisognerebbe operare a livello provinciale, perché solo un sistema partecipativo può assicurare quelle azioni di sistema fondamentali per imprimere una svolta decisiva per il governo della transizione ecologica dell’economia. 

L’ultima considerazione riguarda la necessità di perseguire concretamente l’obiettivo del consumo zero di suolo, attraverso il recupero e la riqualificazione delle aree urbane edificate e delle aree industriali e commerciali dismesse. Scelte queste ultime che, oltretutto, possono favorire la creazione di buona e qualificata occupazione. La rigenerazione territoriale, infatti, necessita di alte professionalità, di una forte qualificazione dei lavoratori, oltre che di una qualificazione del sistema delle Imprese“.

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