Le Case di comunità dovevano rappresentare un cambio di paradigma nella sanità territoriale: luoghi di presa in carico complessiva della persona, basati su un lavoro di equipe multidisciplinare, non solo con medici di medicina generale, ma anche con infermieri (tra le 800 e le 1200 unità), collaboratori amministrativi, psicologi, assistenti sociali, operatori sociosanitari, nutrizionisti e altre figure.
“Ad oggi si è arrivati a stipulare all’ultimo minuto solo un accordo con i medici di medicina generale, nonostante la stessa Regione avesse previsto la necessità di un accordo quasi un anno fa (DGR 903/2025 del 19 agosto 2025, punto 7) e che, lo sottolineiamo, si basa sull’adesione puramente volontaria e revocabile, quindi si affida alla buona volontà dei singoli medici – dichiara Aldo Marturano, segreteria regionale Cgil Veneto – Questo accordo che rischia di snaturare le Case di Comunità a semplice filtro al pronto soccorso, funzione per cui non sono state pensate. L’obiettivo dovrebbe essere al contrario quello di accompagnare i cittadini, intercettare i bisogni e rispondere in modo tempestivo e vicino ai territori. Per farlo servono Punti Unici di Accesso realmente funzionanti, servizi attivi e accessibili, strumenti diagnostici e personale adeguato: non bastano le mura. Il percorso attuale, centrato sul numero unico europeo 116117, presenta dei limiti oggettivi: tempi di attesa lunghi, difficoltà nel ricevere risposte e un meccanismo che rischia di scoraggiare l’accesso ai servizi. Se il sistema diventa un ostacolo invece che una porta d’ingresso semplice e immediata, si tradisce completamente il senso delle Case di comunità.”
A subire gli effetti negativi di queste scelte sono soprattutto i pensionati: “Gli anziani e le persone con maggiori fragilità sono i principali destinatari dei servizi sanitari e delle Case di Comunità – interviene Ugo Agiollo, segreteria Spi Cgil Veneto – ma oggi sono paradossalmente anche quelli che fanno più fatica ad accedere al servizio. Lunghe liste d’attesa, procedure complesse, passaggi telefonici, attese e mancanza di punti di riferimento chiari rischiano di escludere proprio chi avrebbe più bisogno di questi servizi. Che alla fine sceglie la via del pronto soccorso”.
L’istituzione delle Case di comunità è una riforma fondamentale per garantire i servizi sanitari di prossimità: come Cgil Veneto utilizzeremo tutti i mezzi a disposizione perché questa possibilità si concretizzi e non rimanga sulla carta. Cgil Veneto e Spi Cgil Veneto annunciano infine l’avvio di un monitoraggio capillare su tutte le Case di comunità presenti nei territori:
“Avvieremo una verifica casa per casa – concludono Marturano e Agiollo – per valutare concretamente lo stato di accessibilità, i servizi attivi e la reale capacità di presa in carico. I cittadini hanno diritto a sapere cosa funziona e cosa no. Serve trasparenza e serve, soprattutto, riportare al centro la qualità dei servizi e i bisogni delle persone.”