Referendum sul Jobs Act, Tiziana Basso (Cgil): «Cosa c’è da abolire? La discriminazione»

Referendum sul Jobs Act, Tiziana Basso (Cgil): «Cosa c’è da abolire? La discriminazione»

I quattro sì ai referendum in materia di lavoro: «Anche la Consulta dice che va posto rimedio»

Mancavano due giorni al Natale del 2014, nella Legge di stabilità approvata dal Parlamento comparve un provvedimento che consentiva ai datori di lavoro di non versare agli istituti di previdenza, per il successivo triennio, quanto dovuto sui nuovi contratti a tempo indeterminato fino a un massimo di 8 mila euro l’anno. Era il pilastro centrale di un pacchetto di misure in materia di lavoro, chiamato «Jobs Act», che elettrizzò rapidamente il tessuto imprenditoriale veneto, allora da poco uscito dalla crisi 2008-2011 e ancora incerto sull’opportunità di incrementare gli organici. Gli entusiasti della prima ora furono nomi noti. Colsero immediatamente l’opportunità, per esempio, Roberto Zuccato (Ares Line), Luciano Miotto (Imesa) e Fabio Franceschi (Grafica Veneta), i quali calcolarono un risparmio di circa 15 mila euro per ciascun nuovo addetto e assunsero subito in pianta stabile una ventina di giovani.
Di questo aspetto del «Jobs Act» si parlò e si scrisse a lungo. Molto meno trattato fu, almeno a Nordest, il lato del pacchetto di misure concepito dal governo di centrosinistra a guida Matteo Renzi, quello delle cosiddette «tutele crescenti». Vale a dire un depotenziamento sostanziale dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, grazie al quale, in caso di licenziamento illegittimo, si consentiva al datore di rimediare con un risarcimento proporzionale all’anzianità di servizio del dipendente, senza più rischiare, in caso di ricorso alla magistratura, di essere condannato al suo reintegro. La norma passò quasi sottotraccia soprattutto perché, in un tessuto produttivo come quello veneto, composto in larghissima maggioranza, allora come oggi, da imprese al di sotto dei 15 dipendenti, casi di questa natura erano – o almeno apparivano – come rarissimi.
«Non saranno molti ma ne basta anche uno: uno soltanto per noi rappresenta un problema, per quella vittima di discriminazione e per quella famiglia che ha a carico», ribatte oggi schietta Tiziana Basso, segretaria generale della Cgil del Veneto, preparando l’avvicinamento al referendum fortemente sostenuto dal suo sindacato su quattro argomenti in materia di lavoro, tra i quali, appunto, il ripristino della precedenti garanzie in materia di licenziamento fuori dalle circostanze consentite.

In un momento storico in cui nella nostra regione molte aziende sono in cerca di candidati all’assunzione, spesso proponendo loro un contratto ancora prima della fine del ciclo scolastico, una consultazione popolare su un argomento a protezione dai licenziamenti pare quasi un controsenso…
«Certo, in un contesto di piena occupazione sembra meno impattante. Ma i casi esistono pure se non emergono e comunque dobbiamo partire da un punto di vista soggettivo: un lavoratore deve poter contare sul fatto che una discriminazione ai suoi danni non possa mai avvenire».

Tanto lavoro per tutti, insomma, ma non per questo non esistono episodi di persone messe alla porta senza motivi giustificati. Facciamo qualche esempio?
«Di recente abbiamo trattato il caso di una donna costretta ad assenze dal lavoro per motivi familiari, lasciata a casa adducendo motivi economici. Argomenti insussistenti, come abbiamo potuto dimostrare, visto che un mese più tardi c’era già al suo posto un nuovo assunto, ma che a nulla sono valsi ai fini del suo reintegro. Altre situazioni di trattative per una migliore conciliazione dei tempi di vita e lavoro sono state viste dal datore come un fastidioso impedimento e si è scelto un licenziamento pretestuoso».

L’indennizzo non è stato soddisfacente?
«Qualsiasi cifra è insufficiente a coprire un danno personale, specie se appesantito da un’ingiustizia subita».

E insistere sul piano giudiziario è un’impresa…
«Impugnare è possibile ma anche in presenza di sentenze molto favorevoli si rischia di dover arrivare fino alla Cassazione. è chiaro che per un lavoratore diventa complicato».

Il fatto che tra prima e dopo il 2015 sia stato inserito uno spartiacque tanto netto nelle regole che disciplinano il lavoro è a suo giudizio così fortemente percepito?
«Non c’è dubbio che tra chi sia stato assunto prima o dopo quella data c’è una differenza ingiustificata e, tra l’altro, la Corte Costituzionale è intervenuta più volte affinché a questo venga posto rimedio. Dal punto di vista di chi lavora è ovviamente aumentata la precarietà, però a volte non c’è nemmeno consapevolezza del fatto che il diritto a non essere licenziati in modo illegittimo si sia perso. Per questo noi chiediamo un’abrogazione totale di quella norma e vorremmo dire che, per quanto ci sia una disaffezione al voto così marcata, la partecipazione questa volta al referendum può cambiare concretamente la condizione di molte persone».

In materia di lavoro ci saranno altri tre quesiti, sull’abrogazione delle norme che facilitano i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese, di quelle di liberalizzazione del lavoro a termine e sulla responsabilità degli appaltanti per gli infortuni professionali.
«Per noi sono altri tre sì. E sì anche per l’ultimo, cioè la riduzione dei termini da 10 a 5 anni, per gli stranieri, per la richiesta della cittadinanza italiana».

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