I diritti non si appaltano. La Cgil per il lavoro dignitoso, contro lo sfruttamento e i falsi appalti.

I diritti non si appaltano. La Cgil per il lavoro dignitoso, contro lo sfruttamento e i falsi appalti.

La Cgil è da tempo impegnata, con determinazione e continuità, nel contrasto ai fenomeni di sfruttamento che attraversano trasversalmente molti settori economici del Paese. Un impegno che parte dalla denuncia e dal contrasto al lavoro irregolare direttamente impiegato dalle imprese e si estende alle sempre più diffuse pratiche di appalti, subappalti ed esternalizzazioni spesso non genuine, talvolta addirittura riconducibili a circuiti criminali organizzati.

In particolare nei settori privati – dal terziario alla logistica, dal tessile al metalmeccanico, dalla cantieristica navale al turismo, fino all’edilizia – si osserva una sistematica distorsione del ricorso agli appalti. Si moltiplicano i casi di “imprese serbatoio” che nascono e scompaiono nel giro di poche settimane, fenomeni di sotto-inquadramento e dumping contrattuale, abusi negli orari e nei carichi di lavoro. Tutto questo determina una spirale perversa che alimenta concorrenza sleale, salari sempre più bassi, evasione fiscale e contributiva, e un aumento preoccupante degli infortuni sul lavoro.

“Quando, come spesso accade, a subire questi abusi sono lavoratrici e lavoratori in condizione di bisogno o migranti, il ricatto diventa strutturale, condizionando intere famiglie, intere comunità, interi territori produttivi.“

In questi contesti, il lavoro non è più uno strumento di emancipazione, ma si trasforma in una gabbia, una trappola sociale ed economica.

Per queste ragioni, la Cgil si batte per estendere al settore privato le tutele già previste per gli appalti pubblici. Un primo risultato importante è arrivato con l’introduzione del comma 1-bis all’articolo 29 del d.lgs. 276/2003, ottenuto grazie alla mobilitazione. La Cgil ha anche rafforzato i diritti di informazione in molti contratti collettivi nazionali, promosso forme di contrattazione preventiva e utilizzato gli strumenti normativi sulla responsabilità solidale d’impresa – inclusa la legge 231/2003 – per colpire le illegalità alla radice. E sono molte le vertenze che il sindacato di corso d’Italia ha condotto in questi anni.

Ma è necessaria un’azione sistematica, diffusa, capillare. Occorre far vivere nella quotidianità dei luoghi di lavoro i diritti già conquistati, per verificare la genuinità degli appalti, contrastare l’esternalizzazione illegittima, garantire l’applicazione corretta dei ccnl e combattere con determinazione lo sfruttamento.

Una vertenza per il Paese

Negli ultimi anni, il combinarsi di lavoro nero, lavoro povero e pratiche di esternalizzazione aggressive ha aggravato il quadro. Imprese parallele, nate solo per abbattere i costi del lavoro, producono gravi rischi anche in termini di salute e sicurezza. Le indagini della magistratura lo dimostrano con chiarezza.

In particolare, se è difficile fare una stima precisa dei lavoratori e lavoratrici in appalto, è comunque da rilevare come il 90,9 per cento delle aziende con più di 250 dipendenti dichiara di utilizzare altri soggetti non solo per servizi a uso interno ma per completare il ciclo di produzione dei propri beni o servizi venduti poi sul mercato con un rapporto commerciale diverso da quello della “fornitura”.

In molti territori e settori si è generata una vera e propria “trappola della povertà”: il lavoro irregolare o sottopagato è diventato una strategia di sopravvivenza a breve termine, ma nel medio e lungo periodo impoverisce il tessuto economico e sociale, scoraggia gli investimenti, blocca la crescita della produttività, ostacola l’innovazione e la qualificazione professionale.

La campagna “I diritti non si appaltano” si rivolge quindi a diversi milioni di lavoratrici e lavoratori, in particolare a una parte dei circa tre milioni di persone che, secondo l’Istat, svolgono lavori in modo irregolare e a una parte degli oltre 5,7 milioni di dipendenti e lavoratori autonomi che sono classificati a basso reddito, spesso impiegati proprio nella catena degli appalti e subappalti.

“A questi dovrebbero sommarsi lavoratrici e lavoratori che, anche con redditi medi o medio bassi, lavorano in aziende lungo la catena degli appalti e che potrebbero essere, in caso di appalto o esternalizzazione illegittima, reinternalizzati.“

La concorrenza sleale spinge al ribasso le condizioni anche nei settori più solidi. E il ricorso al lavoro povero, che disincentiva la formazione e l’innovazione, diventa un freno per l’intero sistema produttivo. È per tutto questo che la Cgil ritiene urgente aprire una nuova stagione di vertenze collettive e individuali, ma anche di contrattazione preventiva e modelli organizzativi virtuosi, capaci di bloccare sul nascere le pratiche distorsive e promuovere uno sviluppo economico equo, inclusivo e sostenibile. Perché “I diritti non si appaltano”.

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