Clinica delle donne: se è privata, qualcosa non va

A fronte di una sanità pubblica in difficoltà, all’indebolimento dell’assistenza territoriale e dei consultori, all’aumento della spesa sanitaria delle famiglie e di chi non si cura perché non può permetterselo, la risposta non può essere il maggior peso del privato.
Per questo “quando un assessore regionale festeggia che a farsi carico della medicina di genere sia una clinica privata qualcosa non va”. Lo sostiene la segreteria della Cgil regionale a fronte dell’inaugurazione a Vicenza della struttura sanitaria dedicata alla medicina di genere.

Questa la dichiarazione:
“La sanità pubblica, anche in Veneto, è sempre più in difficoltà.
Sotto finanziata, carente di medici e infermieri, con strutture realizzate in project financing che drenano miliardi di euro della collettività. Si è arrivati a risparmiare perfino sui cambi di lenzuola e sulla quantità di acqua garantita quotidianamente ai pazienti. Se questa è la situazione dei principali ospedali regionali, non sta meglio la rete di assistenza territoriale con l’indebolimento, per non dire la destrutturazione, dei consultori che danno risposte innanzitutto alle donne, sia per quanto riguarda la cura che la prevenzione. Intere aree della nostra regione sono poi sguarnite di punti nascite, di pronto soccorsi e di altri servizi di salute fondamentali.
Da tempo denunciamo questa situazione, purtroppo inascoltati. Così aumenta il numero di cittadine e cittadini veneti che rinunciano alle cure perché, non ottenendo risposte dalle strutture pubbliche, non hanno le risorse sufficienti per rivolgersi alla sanità privata.
La spesa sanitaria delle famiglie intanto aumenta, e supera di gran lunga i 1000 euro all’anno, per molti si tratta di un intero mese di stipendio, se non di più.
A guardare questi numeri, desta sorpresa, anzi sconcerto che un assessore della Giunta regionale non solo inauguri a Vicenza una clinica privata interamente dedicata alla medicina di genere, ma esulti per il fatto che la nuova struttura “risponda ai bisogni della presa in carico della donna in modo innovativo”. Sarebbe stato opportuno aggiungere una precisazione: “della donna che se lo può permettere”.
Non dovrebbe essere questo un compito precipuo della sanità pubblica? Non sarebbe meglio adoperarsi per migliorare e ampliare l’offerta pubblica, anziché festeggiare un’ulteriore implementazione di quella privata, già cresciuta a dismisura negli ultimi anni?
Come Cgil del Veneto continueremo a batterci per contrastare l’indebolimento di uno dei pilastri del nostro stato sociale, nella convinzione che la salute non possa dipendere dalle condizioni economiche dei cittadini, ma sia un diritto costituzionale da garantire universalmente a tutte e a tutti”.