DOPO 6 ANNI, ULTIMI GIORNI DI LAVORO. POI… IL BARATRO

Una sessantina di lavoratori ultracinquantenni, occupati ormai da 6 anni negli uffici giudiziari con una successione di modalità precarie, arrivano ora al capolinea. Per continuare a lavorare dovranno accedere e vincere un concorso in cui sono richieste la conoscenza di una lingua straniera ed, in modo approfondito, alcune materie tra cui diritto pubblico e diritto amministrativo, competendo con ragazzi freschi di laurea.

Si tratta di lavoratori anziani, licenziati nel pieno della crisi da aziende di vari settori, che nell’accettare – inizialmente come LSU – un impiego negli uffici giudiziari si sono voluti mettere in gioco ed hanno continuato a coprire posizioni lavorative indispensabili al funzionamento degli uffici con buoni risultati anche senza conoscere approfonditamente una seconda lingua o altro. Il tutto percependo (oggi sono inquadrati come tirocinanti) 400 euro al mese, senza contributi né diritti di nessun tipo.
Ma perché non normalizzare semplicemente queste situazioni, riconoscendo il lavoro svolto e, assieme ad esso, la dignità di queste persone oltre a una prospettiva pensionistica?

Sulla vicenda interviene la Segretaria della Fp Cgil regionale, Assunta Motta, che ricorda l’appello rivolto alle autorità competenti su questa vicenda e che rinnova la richiesta di una soluzione giusta e soddisfacente. Di seguito il testo della sua dichiarazione:

“Nella lettera aperta al ministro giustizia Orlando, al Presidente della Regione Veneto, al Presidente della Corte d’Appello e al Procuratore Generale che abbiamo inviato qualche settimana fa chiedevamo rispetto degli impegni che il Ministro stesso si era assunto con i precari del Ministero Giustizia che, da oltre 6 anni, operano negli uffici giudiziari senza essere concretamente riconosciuti come lavoratori veri e propri. In Veneto si tratta di circa 60 lavoratori spalmati nei Tribunali provinciali. Era una lettera accorata che evidenziava la grave situazione in cui questi lavoratori si trovano ad operare.
Purtroppo il nostro appello non ha avuto nessuna risposta e ora siamo alla fine dell’ennesimo tirocinio, senza nessuna concreta prospettiva che possa garantire continuità economica e riconoscimento professionale.
Come detto tante volte, sono persone che provengono da situazioni di crisi aziendale e, oggi più che mai, si sentono “usati”. Hanno percepito solo 400 euro al mese, senza diritti né contributi previdenziali e con la sola posizione assicurativa riconosciuta.
Oggi vedono davanti a loro il baratro: la conclusione del tirocinio e all’orizzonte un concorso pubblico bandito proprio in questi giorni dal ministero che, sia per i requisiti d’accesso previsti che per le prove da sostenere, dà pochissimi spazi di partecipazione… eppure, per questi lunghi anni sono stati utili a collaborare, lavorare, smaltire arretrato e si sono resi disponibili a coprire le gravissime vacanze organiche di un ministero che da numerosi anni non assume nuovo personale.
Ora però, per essere riconosciuti e avere finalmente certezza di continuità devono partecipare e vincere una preselezione che riguarda due materie difficili come diritto pubblico e diritto amministrativo e poi un colloquio e la conoscenza di lingua straniera.
C’è molta amarezza! e soprattutto la percezione che per questi tirocinanti il concorso bandito non è la soluzione ai loro problemi, anzi servirà a tagliarne fuori la maggioranza.
Pur cinquantenni con entusiasmo e speranza sei anni fa si erano rimessi in gioco per provare ad avere una prospettiva professionale e di vita che fosse concreta e li portasse serenamente a raggiungere i requisiti pensionistici … non è stato così, anzi quanto fatto presso gli uffici giudiziari non avrà nessun riconoscimento previdenziale né professionale, e nessun altro percorso di assunzione è all’orizzonte”.