Ti vogliamo bene

Guglielmo Epifani propose alla Cgil che a succedergli fosse Susanna Camusso, che oggi ricorda prima di tutto l’amico, poi il dirigente sindacale

È il momento del dolore sordo, della notizia improvvisa ed inaspettata della morte di Guglielmo, innanzitutto un amico ed un compagno, uno di noi, un grande dirigente della Cgil. Verrà il tempo di una memoria più compiuta, ora sono i tanti ricordi di una vita dedicata allo stare dalla parte giusta, con determinazione e capacità di visione. Persona profondamente educata, nello stesso tempo determinata, gentilezza ed affabilità non intaccavano mai la capacità di analisi e, quando lo riteneva necessario, la durezza del giudizio.

Guglielmo era un attento e curioso osservatore, non si fermava mai alla superficie, non si appassionava alla cronaca, cercava le ragioni, i nessi, provava a delineare le conseguenze. Quello che ci ha insegnato Guglielmo è a guardare sempre oltre il singolo momento. Europeista convinto, non tralasciava mai di ricordare che la “moneta unica senza stato”, era un grande neo della costruzione europea, che non eravamo all’arrivo, ma in un percorso che non sarebbe stato facile.

Ricordava – fu il filo conduttore del suo intervento al centenario della Cgil – che la nostra storia, quella appunto della Cgil, era la storia dei lavoratori e delle lavoratrici, la storia di conquista e riconquista di diritti fondamentali, ma soprattutto era parte importante della storia del Paese. Disse in quel discorso: “Quel soggetto confederale, che nasce quel giorno, è altro e più delle rappresentanze di categoria, professione, arte e mestiere e del mutualismo delle origini. Non è altro perché diverso e non è più perché sovraordinato. Ma perché l’identità confederale richiede inevitabilmente una ricerca permanente di valori e politiche di unità, partendo dalle differenze; e un’idea alta di autonomia comunque espressa nelle alterne fasi che hanno segnato la storia dei rapporti fra partiti e sindacati. Solo un sindacato confederale – quello di ieri e quello di oggi – può tenere unite, dentro di sé, le ragioni dei lavoratori della terra e quelli dell’industria, quelli pubblici e quelli privati, quelli del Sud e quelli del Nord, gli emigranti e gli immigrati, i giovani che studiano, i disoccupati, gli anziani ed i pensionati.” Non un‘idea minoritaria per il mondo del lavoro, ma il senso pieno del ruolo di trasformazione e di progresso. Tra i primi, vide il declino industriale dell’Italia, non era solo un allarme per la condizione di settori in crisi o messi in crisi, ma il veder sfuggire il progetto del e per il Paese.

Vedeva lucidamente, come piccoli segnali, atteggiamenti a cui andavamo assuefacendoci, erano invece il segno di mutamenti che avrebbero profondamente inciso, non li taceva, anche quando rimaneva apparentemente inascoltato, tracciava una riflessione che sarebbe stata utile per comprendere, magari in ritardo. Ad esempio quando, in tempi non sospetti si potrebbe dire, parlò in un’intervista di diciannovismo (ed ogni riferimento a Nenni era voluto). Ne ricordo un passo: “Certo. Assisto alla sollecitazione pubblica degli istinti più bassi, protestatari, qualunquisti. Si alimenta un ribellismo verso le forme di responsabilità pubblica di coesione, si scatena la battaglia contro le tasse, si favoriscono i campanilismi e le chiusure corporative mentre si punta a colpire e a delegittimare i grandi corpi intermedi di rappresentanza sociale. È un clima che non mi piace: la politica non risponde più agli interessi generali e gli industriali, come novelli agrari, si infilano in questo vuoto. Vedo un pericolo per le istituzioni (…)”.

Guglielmo aveva questa capacità, per questo ci è stato maestro, alzava lo sguardo e proponeva a tutti e tutte noi di guardare in avanti. Faceva parte di questo suo sguardo proiettato in avanti anche il pensare che la Cgil doveva aprirsi, che il monopolio maschile della direzione non poteva essere il futuro, ed è la sua determinazione nell’affrontare questo percorso che apre la discussione per la prima donna segretaria della Confederazione, anche in quel caso costruendo una relazione tra il protagonismo delle donne nella nostra organizzazione e nella società tutta, e il bisogno di non chiudersi ed arroccarsi.

Piango la perdita di un compagno di pensiero e di lotta, di un amico caro, e vorrei ricordarlo con la frase che mi ripeteva sempre: la Cgil è una grande organizzazione, complessa e deve avere la sua agenda, senza verrebbe trascinata dagli eventi, si disarticolerebbe. Ho cercato di ricordarlo ogni giorno e continuerò a ricordarlo. Ciao Guglielmo, ti vogliamo bene.