La condizione femminile in Veneto e le opportunità offerte dal PNNR per migliorarla radicalmente, un convegno della Fisac Cgil Veneto

Da una rilevazione fatta in questi giorni dal Caaf Cgil Nord Est, alla fine della campagna fiscale 2021, sui dati dei 730 presentati emerge – ancora una volta – come in Veneto, spesso indicato come esempio positivo per la presenza femminile nel mondo del lavoro, in realtà esista un divario salariale e retributivo indegno di una Regione avanzata ed europea. 

Le donne – infatti – percepiscono sistematicamente redditi inferiori agli uomini in tutte le fasce di età e, anzi, la condizione peggiora per le pensionate. 

Uomini 

Lavoratori 24.873,21 € annui 

Pensionati 21.984,57 € annui

Donne 

Lavoratrici 17.151,57 € annui

Pensionate 13.421,79 € annui

Le donne venete dunque (se teniamo insieme lavoratrici e pensionate) hanno, rispetto agli uomini, redditi inferiori di quasi il 40%. Se poi consideriamo le lavoratrici giovani, con meno di 35 anni, sono costrette a vivere con circa 13.000 euro lordi l’anno. Le ragazze, quindi, studiano di più e con migliori risultati, ma poi accedono al mercato del lavoro con più difficoltà e con qualifiche più basse. 

L’occupazione femminile è senz’altro aumentata dopo la grande crisi del 2009/2013, ma è stata caratterizzata da una crescita costante del part time involontario e di rapporti di lavoro precari e mal pagati. Alla fine del 2019 il tasso di occupazione femminile è arrivato quasi al 59% (sempre distante da quello maschile pari al 76%), ma non c’è stata una corrispondente crescita in qualità. Nel 2020 – a causa dell’emergenza pandemica – il tasso di occupazione delle donne è sceso al 56,5% (quello maschile al 75,3%). Insomma: una partecipazione femminile al mercato del lavoro regionale sicuramente più alta dell’indecente media nazionale (49%), ma ancora molto/troppo distante dalla media europea che è del 64%.  Dimostrazione di questa condizione di debolezza e precarietà è stato l’effetto dell’emergenza Covid, che non a caso ha colpito principalmente le donne. 

La qualità dell’occupazione – inoltre – si lega alla possibilità di conciliare il lavoro retribuito con le attività di cura dei familiari. Nel Veneto (Regione del Veneto, Rapporto statistico 2020), nel caso di coppie in cui lavora solo l’uomo, la donna svolge il 76,9% del lavoro familiare; se invece entrambi i partner lavorano, lo squilibrio diminuisce ma non di molto dato che la donna continua a farsi carico del 68% delle incombenze familiari. Di qui l’ampio ricorso al part time, che ormai è diventato una prerogativa femminile: il 36,5% delle donne lavora in regime di part time, valore che precipita al 6% fra gli uomini. La nostra regione ha, sotto questo aspetto, un doppio primato: la percentuale di part time femminile è la seconda più alta d’Italia, mentre quella maschile è la più bassa in assoluto. 

Il peso del lavoro di cura sulle donne emerge anche durante il Covid. Il patronato Inca Cgil ci dice che il congedo parentale straordinario Covid (che copre il 50% dello stipendio) è stato richiesto per il 79% da donne e solo per il 21% da uomini. 

Altro dato significativo sono le dimissioni in periodo protetto (1-3 anni del bimba/o) convalidate presso le Direzioni provinciale del lavoro che in Veneto, nel 2019, riguardano 8.439 lavoratrici/lavoratori di cui 4.878 madri e 3.561 padri, con un aumento di oltre il 9% sull’anno precedente. Dalle motivazioni dichiarate al momento della convalida emerge che il tema conciliativo è molto forte per le madri, mentre prevale la motivazione di cambio azienda per i padri. 

La nostra mappatura ci dice come la crisi Covid abbia inciso sul lavoro delle donne: oltre alla perdita di posti di lavoro femminili, la Cassa in deroga è stata utilizzata per il 60% da donne, e sono ancor di più le collocate in smart working (65% donne contro il 35% uomini). 

E’ questa la fotografia della condizione femminile in Veneto emersa nel convegno organizzato dalla Fisac Cgil, che aveva per titolo: 

PNRR: quale progetto di società al femminile per il Paese e per il Veneto.

Sono intervenuti: Claudio Cornelli (Segretario Generale Fisac Cgil Veneto) e Rachele Berto (della Segreteria regionale Fisac Cgil Veneto).

Bruna Belmonte (Presidente LAB Centro ricerche Fisac Cgil nazionale) ha affrontato il tema dell’ impatto della trasforazione del lavoro sul ruolo e la dignità di genere.

Anna Maria Romano (Uni Global Finance Steering Group) ha allargato lo sguardo al contesto internazionale e sulle prospettive di una società europea al femminile.

Marcella Corsi (Coordinatrice di Minerva Lab Sapienza) ha illustrato le possibilità offerte dal PNRR per realizzare una società più equa e paritaria.

Nino Baseotto (Segretario Generale Fisac Cgil Veneto) ha motivato le richieste del sindacato alla finanza per una vera politica di genere.

Santo Romano (Dirigente Regione Veneto) ha fatto il punto sulla politica del Veneto sulla questione di genere.

Sandra Miotto (Consigliera di parità del Veneto) ha discusso della possibile trasformazione del ruolo che ricopre.

Il dibattito è stato coordinato da Claudio Cornelli.

Le conclusioni sono state di Christian Ferrari (segretario generale Cgil Veneto).

“Per incidere sulla condizione femmile – sostiene Ferrari – occorre che il Piano nazionale di ripresa e resilienza coltivi l’ambizione di cambiare modello di sviluppo, rimettendo al centro della nostra società un lavoro dignitoso e di qualità, a partire proprio dal lavoro delle donne, e ricostruendo un welfare in grado di curare le ferite del nostro tempo e di ridurre i livelli intollerabili di diseguaglianza che abbiamo raggiunto. Con meno di questo, si rischia di perdere un’occasione irripetibile e di tornare, nella migliore delle ipotesi, alla situazione pre covid, quando le contraddizioni del nostro sistema erano già tutte in essere e la pandemia si è limitata semplicemente a farle esplodere”.

Siamo partiti dalla questione di genere – dichiarano Claudio Cornelli (segretario generale Fisac Cgil Veneto) e Rachele Berto (segreteria regionale Fisac Cgil Veneto) – perché è proprio la bassissima occupazione femminile la grande differenza economica e sociale tra il nostro Paese e il resto d’Europa. Senza aumentarla in maniera significativa, senza ridurre il gap salariale e delle opportunità tra lavoratrici e lavoratori, le speranze di tornare a crescere e di redistribuire equamente il benessere risulteranno vane. Il PNRR e la sua declinazione territoriale possono fare molto in tal senso. Non solo creando lavoro attraverso la mole di investimenti a disposizione e con una politica industriale all’altezza della sfida, ma anche per eliminare gli ostacoli che impediscono una reale parità. Come sindacato di categoria, insieme al sindacato confederale, vogliamo svolgere fino in fondo il ruolo che nell’attuazione del Piano ci è stato riconosciuto sia nazionalmente che a livello regionale e locale. E chiediamo al mondo della finanza e del settore creditizio, i cui lavoratori rappresentiamo, e attraverso cui passerà gran parte delle risorse europee di riscoprire quel ruolo sociale che è purtroppo scomparso da tempo. Il convegno di oggi è un primo contributo di idee ed è stata una importante occasione di confronto“.

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