Convegno Cgil Veneto: “PFAS: intervenire oggi per cambiare il futuro”

Convegno Cgil Veneto: “PFAS: intervenire oggi per cambiare il futuro”

Oggi presso la sede della Cgil Veneto a Mestre si è svolto il convegno “Pfas: intervenire oggi per cambiare il futuro” al quale hanno partecipato Silvana Fanelli, Segretaria regionale Cgil Veneto, Vincenzo Cordiano, medico e presidente Isde Veneto, Sara Palazzoli, patronato Inca Nazionale, Alessandro Giannì, referente Greenpeace, Verena Reccardini, Segretaria Filctem Veneto, Christian Ferrari, Segretario Cgil nazionale.

Nella nostra regione, e in particolare nel territorio del vicentino, è ancora in atto il disastro provocato all’ambiente ed alla salute delle persone dall’inquinamento da Pfas: 180 chilometri quadrati (l’area inquinata da Pfas più vasta d’Europa) e 350.000 abitanti coinvolti. Cgil del Veneto, Filctem Veneto e Cgil di Vicenza, hanno agito in questi anni per la tutela degli ex lavoratori della Miteni di Trissino, l’azienda che per decenni ha prodotto e lavorato Pfas, e solo nel 2019, in seguito alle nostre richieste pressanti, la Regione ha finalmente avviato la sorveglianza sanitaria dei lavoratori esposti ed ex esposti, circa 500.

Il tema dei danni provocati da queste molecole è purtroppo ancora di grande attualità, sia perché recentemente lo Iarc ha inserito una di queste, lo Pfoa, nell’elenco delle sostanze certamente cancerogene, sia sono tutt’ora utilizzate in molteplici settori produttivi.

Per capire quale sia la portata di questa diffusione basta scorrere l’elenco impressionante di settori e produzioni in cui i Pfas sono utilizzati: prodotti ad uso domestico, prodotti medicali, abbigliamento, edilizia, aeronautica, settore automobilistico, lavorazione dei metalli e molto altro.

Silvana Fanelli, Segretaria regionale Cgil Veneto con delega su salute e sicurezza: “Siamo circondati dai Pfas, definiti “inquinanti eterni” perché non smaltibili. Ancora una volta, come organizzazione sindacale, ci troviamo di fronte al dilemma di come garantire contemporaneamente tutela della salute, dell’ambiente e dell’occupazione.

L’obiettivo deve essere quello di non trovarci impreparati quando, speriamo il più velocemente possibile, la produzione di questa sostanza verrà messa al bando e di agire in modo proattivo favorendo le iniziative necessarie a garantire la tenuta occupazionale del nostro paese e la tutela della salute e dell’ambiente. Come Cgil dovremo attivare percorsi di formazione/informazione a partire dai nostri delegati ma anche lavoratori e lavoratrici per costruire una maggiore consapevolezza dei rischi legati all’utilizzo (oltre che alla produzione) di queste sostanze. Serve inoltre sviluppare in tutto il territorio nazionale l’attività per il riconoscimento delle malattie professionali legate ai danni derivanti dall’esposizione a queste sostanze. Ma dobbiamo anche guardare al futuro provando, attraverso la contrattazione a tutti i livelli, a sollecitare le aziende ad investire in innovazione e ricerca per ridurre al minimo l’utilizzo dei Pfas e sostituirli con sostanze simili ma non nocive come hanno fatto già alcune imprese negli Stati Uniti e anche in Italia. Le imprese, invece di arroccarsi su posizioni conservative, dovrebbero appunto investire in ricerca, magari collaborando con le Università, anziché rischiare di trovarsi fuori mercato quando i Pfas verranno vietati, producendo non solo una crisi occupazionale ma anche economica nel nostro paese.

È fondamentale anche il ruolo delle istituzioni, che devono sostenere questa transizione con scelte precise di “politica industriale” e individuando best practice già esistenti, imponendo, ad esempio, vincoli e sanzioni a chi non si attiva per questa transizione Pfas-free e/o sgravi per chi invece la accelera. Infine, le istituzioni preposte devono sollecitare studi e analisi sui danni che i Pfas producono alla popolazione che all’ambiente e conseguentemente deliberare su livelli minimi di presenza di queste sostanze: ad oggi nel nostro paese sono stati definiti dei livelli soglia solo nelle acque di superficie e sotterranee, mentre non vi sono indicazioni sui livelli minimi degli scarichi industriali o per l’esposizione nei luoghi di lavoro.

Questa inerzia istituzionale non solo impedisce di attivare capillarmente la sorveglianza sanitaria nei luoghi di lavoro,  ma anche di definire norme stringenti a difesa dei consumatori, visto il numero elevato di prodotti attraverso i quali tutti e tutte noi possiamo venire in contatto con i Pfas”.

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