UNA CONSULTA PER L’AUTONOMIA CHE NON CONSULTA NESSUNO

Questa la dichiarazione di Christian Ferrari, segretario generale della Cgil del Veneto, al termine dell’incontro convocato dal Presidente della Regione.

“La Cgil del Veneto partecipa a tutti i tavoli istituzionali ai quali è invitata, sempre con spirito collaborativo e rispetto nei confronti di chi li organizza. È avvenuto anche oggi, in occasione della “Consulta veneta dell’Autonomia” convocata dal Presidente Zaia.
Purtroppo, lo stile con cui questo incontro è stato condotto, in perfetta continuità con i pochi appuntamenti precedenti, non somiglia in nulla a una discussione e a un confronto di merito tra punti di vista e portatori di interessi diversi, per favorire una sintesi e un equilibrio virtuosi.
Si è trattato, più che altro, di una conferenza stampa alla quale siamo stati chiamati ad assistere, con il Presidente della Regione che ha ribadito le sue pretese “prendere o lasciare” nei confronti del Governo, del Parlamento, del Paese. È, in definitiva, una consulta che non consulta nessuno. Temo che questo atteggiamento estremistico sia sbagliato nel metodo e nella sostanza.

Per quanto riguarda il metodo, i danni che si stanno producendo mi sembrano evidenti: trasformare il tema dell’autonomia in un terreno di divisione e contrapposizione nel paese, con una polarizzazione delle posizioni che vede crescere ogni giorno chi nutre dubbi sulle richieste del Veneto, al punto che la tabella di marcia ha subito un brusco rallentamento.
Un altro errore di metodo è la segretezza della trattativa, con l’assenza di qualunque reale confronto non solo con le parti sociali, ma con gli altri soggetti istituzionali. Basti pensare che i contenuti del provvedimento sono stati resi noti solo oggi, dopo il fallito tentativo di sottoscrivere l’accordo con il Governo in tempi rapidissimi, altrimenti ne saremmo stati informati a cose fatte.
Nel merito invece, anche oggi si è ribadita l’irrealistica richiesta di ottenere tutte le 23 materie, non spiegando in nessun modo come possa reggere la burocrazia regionale un trasloco istituzionale di proporzioni gigantesche destinato a durare anni e a produrre un caos normativo e amministrativo oggettivamente ingestibile.
Stesso discorso vale per la rivendicazione di materie di rilevanza strategica nazionale – energia, trasporti, infrastrutture, ambiente, porti e aeroporti – che si vorrebbero spezzettare impedendo qualunque strategia complessiva e la stessa idea di una politica industriale e di sviluppo nazionale capace di incidere su processi che hanno una dimensione almeno europea, se non globale.

Infine, la pessima idea di regionalizzare la scuola, per noi irricevibile, perché metterebbe in discussione non solo l’unita del Paese, ma perfino il concetto stesso di identità nazionale. Non a caso, tra gli interventi, c’è chi ha richiamato l’esempio catalano, prendendolo a riferimento, dimenticando che quella vicenda ha creato il massimo di instabilità possibile in Spagna, dove ormai le elezioni nazionali si ripetono con cadenza annuale, senza che nessuna maggioranza uscita alternativamente dalle urne riesca a trovare un nuovo e permanente equilibrio.
Sulla scuola, inoltre, c’è la dimostrazione plastica di quanto si pretenda di calare dall’alto decisioni, passando sopra la testa di chi ne subirà le conseguenze: gli studenti e 70.000 lavoratrici e lavoratori del scuola che, mai coinvolti, leggono sulla stampa le intenzioni di chi gioca a risiko con il loro destino.
Questo è il modo peggiore per compromettere qualunque possibilità di riformare in chiave federalista lo Stato italiano.

Un’esigenza che invece la Cgil condivide da sempre, nel rispetto dei principi di unità e solidarietà nazionale, e che andrebbe perseguita avvicinando davvero i centri decisionali ai cittadini, attraverso la valorizzazione delle autonomie locali, a partire dai comuni e dalle città metropolitane; livelli di governo che, nel progetto avanzato dalla Regione Veneto, non vengono tenuti in alcun conto opponendo ad un presunto centralismo nazionale un neocentralismo regionale non meno problematico.
In poche ore, oggi, abbiamo visto messi in discussione con una superficialità disarmante principi fondamentali della nostra coesione nazionale come la centralità del Parlamento, la solidarietà tra i territori, l’universalismo del welfare. Con la “chicca” del richiamo esplicito alle teorie del professor Miglio.
Non una parola, ovviamente, sull’economia che rallenta, sull’export che si contrae, sugli oltre 50.000 posti di lavoro persi nell’ultimo trimestre del 2018, sulle decine di crisi aziendali aperte, che sono solo l’antipasto di quanto accadrà quando i venti di recessione gonfieranno di nuovo le vele della crisi economica.
Una visione idealizzata delle proprie presunte virtù, una rimozione totale dei problemi irrisolti. Nell’illusione che tutto cambierà richiudendosi nei confini regionali, in attesa di una riforma salvifica che rischia di essere poco meno che una chimera”.