LA RELAZIONE DI CHRISTIAN FERRARI

Un salto di qualità nel confronto – anche vertenziale – con la Regione ed un cambio di passo nelle relazioni sindacali con le imprese sono i due punti su cui il segretario Generale della Cgil regionale, Christian Ferrari, invita Cisl e Uil al rilancio di un’azione comune.
I terreni sono soprattutto quello relativo al settore sociosanitario e alla sicurezza sul lavoro, ma il sindacato intende incalzare il governo regionale anche sulle questioni dello sviluppo e sui temi ambientali, mentre agli imprenditori (Confindustria in testa) si sollecita il passaggio ad una dimensione del confronto che vada oltre le singole emergenze per diventare più sistematica e “più adatta a condividere scelte e politiche di ampio respiro”.

In una ricca e articolata relazione che spazia sui grandi temi che oggi interrogano il sindacato (crisi del vecchio modello di sviluppo, governo delle trasformazioni, ruolo dell’Europa, politiche economiche nazionali ed europee, fenomeni migratori, temi sociali), si innesta un ragionamento sul Veneto. Ciò a partire dalle sue contraddizioni: alto livello di crescita del Pil e aumento della popolazione a rischio povertà, crescita dell’occupazione e contestuale impoverimento della qualità del lavoro, innovazione e maggiore vulnerabilità sociale, crescita delle città e fragilità del territorio.

Proprio dalle criticità emerse con l’ultima ondata di maltempo inizia la relazione di Ferrari che (nell’annunciare una raccolta di fondi Cgil Cisl Uil in collaborazione con le associazioni datoriali) dichiara gli stanziamenti del Governo “largamente insufficienti persino per affrontare la prima emergenza” e sottolinea la sottovalutazione che c’è sempre stata su questi temi da parte del governo centrale e regionale che non hanno prodotto “nulla” né sul piano degli investimenti né su quello legislativo.
“Il Veneto – secondo Ferrari – avrebbe bisogno di interventi per 2,5 miliardi di euro. Ne sono stati spesi circa 400, meno di un sesto del necessario”. Ma poi quando si producono i danni, le risorse richieste “sono ben superiori rispetto a quelle che sarebbero necessarie per evitarli”.
Quanto sia decisivo invertire la tendenza lo evidenziano le vicende Marghera, Miteni, amianto che pongono l’urgenza della lotta all’inquinamento, delle bonifiche e del risanamento. Così come va bloccato il consumo di suolo che vede il Veneto tra le peggiori regioni in Europa.

Ma una situazione di “incertezza e di immobilismo” la si vede anche nell’atteggiamento del Governo rispetto alle infrastrutture. “Oltre all’incertezza sull’alta velocità Brescia Verona e poi Verona Padova – dice Ferrari – penso ad un piano regionale dei trasporti di fatto fermo al 1990, penso al fallimento del Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale, penso al mancato decollo del Sistema Fluvio-marittimo. Oppure – per altri versi – penso ad un’opera come la Pedemontana che oggi è in uno stato di avanzamento irreversibile e che quindi va completata ma che non può in alcun modo essere indicata – come ha fatto il Ministro Salvini – addirittura come il modello di realizzazione e di gestione delle infrastrutture per tutto il paese. Verrebbe da dire: un modello certamente, ma in negativo, di tutto ciò che non va fatto!”

Giudizio critico anche rispetto alle politiche industriali: “l’azione della Giunta non è all’altezza di una delle più importanti Regioni manifatturiere d’Europa”, dice Ferrari che addita “l’incapacità di misurarsi sul piano del governo strategico delle trasformazioni e delle prospettive”.
Paradigmatica l’occasione “persa sul fronte delle multiutility che poteva rappresentare – in una logica di aggregazione regionale – una potente leva di politica industriale”.
Oggi c’è un’altra opportunità da non perdere: la partita dell’area di crisi complessa di Venezia che “può rappresentare un’occasione di rilancio di una prospettiva industriale, compatibile, integrata e complementare con gli altri fondamentali fattori produttivi: la portualità e il turismo”. Ora – dice Ferrari – possono partire gli investimenti, ma serve chiarire il progetto, la questione delle bonifiche, dei marginamenti, delle falde, il rapporto tra Venezia e la Regione sulle aree e sulle competenze. La Cgil sarà cane da guardia di questo percorso perché non possiamo accettare che anche questa opportunità di riconversione industriale vada sprecata”.

Anche queste inadeguatezze, oltre alle vicende pesantissime che hanno coinvolto il Veneto (scandalo Mose, crac bancari) sfatano la presunzione di una migliore qualità ed efficacia della dimensione regionale rispetto a quella nazionale su cui si fonda una certa “impostazione ideologica che considera l’autonomia del Veneto non come un mezzo ma come un fine e un bene in sé”.
Nel capitolo dedicato all’autonomia Ferrari sostiene che debba essere “ribaltato l’ordine delle priorità: prima il fine, ossia i diritti e le condizioni delle persone e delle comunità; poi i mezzi, ossia le istituzioni, i poteri, le risorse e la loro migliore allocazione. La nostra – dice – è un’impostazione federalista che vuole avvicinare i centri decisionali ai cittadini, ma senza mai cedere sull’unità del Paese e senza mai assecondare la tentazione dei più forti di separarsi dai più deboli”.
Ma se il tema è “come garantire in tutto il paese l’universalità dei diritti sociali e di cittadinanza in un quadro di decentramento differenziato”, occorre “la preventiva definizione dei LEP (livelli essenziali di prestazione) in tutti gli ambiti, un fondo nazionale perequativo che ne garantisca l’esigibilità effettiva in tutto il territorio nazionale; la salvaguardia dell’unitarietà degli ordinamenti e della contrattazione nazionale che non possono essere messi in discussione”. In particolare – aggiunge Ferrari – diciamo un netto NO a qualsiasi ipotesi di regionalizzazione della scuola. Perché il Contratto Nazionale in generale e la scuola pubblica sono due pilastri della coesione e dell’unità del paese per noi indiscutibili e irrinunciabili”.

E, a proposito di qualità delle prestazioni, la relazione non ignora le criticità che stanno mettendo “a forte rischio” il sistema sociosanitario veneto che, da punto di eccellenza, oggi sta scivolando in basso nelle classifiche nazionali.
“Serve rovesciare – dice Ferrari – un paradigma culturale: la filiera della salute e dell’assistenza deve essere considerata un fattore di benessere sociale, di investimento e di occupazione di qualità, e non un costo da comprimere come invece è stato fatto sin qui. Perché se è vero che esiste a monte un grave problema di definanziamento del Fondo sanitario nazionale, sono altrettanto evidenti le pesanti responsabilità politiche a livello regionale: dal sostanziale fallimento del vecchio Piano sociosanitario del 2012 alle riforme e riorganizzazioni di questi ultimi anni, sino all’attuale discussione sulla nuova pianificazione che sta entrando nel vivo senza alcun confronto serio con le Organizzazioni sindacali e senza fare i conti con la realtà”.
Il sindacato, ricorda Ferrari, ha proposto modifiche sostanziali alla bozza del nuovo Piano sociosanitario, carente nella programmazione e soprattutto nelle risorse, con il rischio di un forte scarto tra gli obiettivi dichiarati e la loro realizzazione. “Senza il superamento del vincolo dell’invarianza della spesa, e senza un finanziamento pluriennale aggiuntivo a carico del bilancio regionale non si potrà fare alcun investimento sulle infrastrutture, sui servizi, sui presidi territoriali; né dar corso ad un piano straordinario di assunzioni e di percorsi formativi per incrementare gli organici, le professionalità e le specializzazioni oggi fortemente carenti; non si potranno ridurre le liste d’attesa e tanto meno intervenire su un superticket che per quanto ci riguarda va semplicemente cancellato”.
Così come non è più rinviabile una riforma delle IPAB che garantisca la loro trasformazione in “Aziende pubbliche di servizi alla persona” e la loro riqualificazione in centri di servizi della rete di assistenza territoriale, equiparando i costi tra strutture pubbliche e private, bloccando quel processo di privatizzazione in atto da tempo”.
Su questo piano, e a fronte del fatto che “le relazioni sindacali con la Giunta sono sempre più rarefatte”, Ferrari chiede – rivolgendosi a Cisl e Uil – se non “sia arrivato il momento di un cambio di passo da parte nostra nel rapporto con questa Regione”, e ritiene che “serva un salto di qualità anche in termini di vertenzialità e di mobilitazione”. Soprattutto sulle politiche sociosanitarie –specifica – serve ricompattare il fronte e costruire insieme una vertenza unitaria, confederale che affronti tutti questi nodi declinando a livello regionale la piattaforma unitaria nazionale”.

L’azione e mobilitazione sindacale vanta in Veneto un importante risultato sul fronte della salute e sicurezza sul lavoro con la sottoscrizione di un accordo con la Regione e i soggetti interessati.
Oggi tuttavia quegli impegni sono ancora “solo sulla carta a causa dell’inaccettabile inerzia della Regione, a partire dagli investimenti e dal piano straordinario di assunzioni negli Spisal. O se ne dà immediato corso o sarà inevitabile – annuncia Ferrari – rilanciare l’iniziativa e la mobilitazione.
Lo ribadiamo alla Regione, ma anche a Confindustria: per la Cgil la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro rappresentano la priorità delle priorità, e non molleremo fin tanto che non avremo cancellato definitivamente la vergogna di essere la prima Regione italiana per morti sul lavoro!”

Alle rappresentanze datoriali il segretario della Cgil chiede “un salto di qualità del sistema di relazioni industriali” addentrandosi nella ricerca di “convergenze e obiettivi comuni, anche per incalzare sul merito la Politica”.
Questo, chiarisce Ferrari, non è possibile sui temi che gli industriali veneti hanno agitato in questi mesi (voucher, difesa del JobsAct, della Legge Fornero, Flat Tax ecc), ma lo è sui temi dell’accordo nazionale (“Patto per la Fabbrica”) firmato a marzo che mette al centro la crescita dei salari, la qualità del lavoro, gli investimenti e le politiche industriali, l’innovazione, la partecipazione nell’impresa, la salute e sicurezza, una legge sulla rappresentanza sindacale e datoriale.

Una particolare riflessione tra i tanti punti toccati, riguarda infine la rivoluzione tecnologica e la trasformazione in atto a fronte della quale occorre sfatare il mito della presunta neutralità perché i processi di cambiamento non sono “né ineluttabili né inesorabilmente predeterminati, ma al contrario sono governabili, gestibili, indirizzabili.
Di fronte al sindacato si pone “una vera e propria sfida di progresso: le forze sociali e democratiche devono riappropriarsi di quel governo politico e contrattuale delle trasformazioni di cui oggi non si vede traccia, e che è indispensabile per democratizzare e per socializzare questi cambiamenti”.
La contrattazione assume per la Cgil un ruolo di primaria importanza per incidere sui versanti dell’organizzazione del lavoro e della produzione.

Di qui la necessità di aggiornare la strategia contrattuale e la funzione di rappresentanza.
“Dobbiamo rilanciare – avverte Ferrari – la cosiddetta “prima parte” dei contratti: il diritto di informazione, di consultazione, le forme di partecipazione e di codeterminazione diffusa, ambiti cruciali per esercitare una vera contrattazione di anticipo in grado di influenzare questi processi”.
Così come vanno affrontati il tema della formazione “in un contesto in cui le tecnologie si evolvono continuamente e le competenze, i saperi, le capacità professionali devono saper tenere il passo. Anche per evitare quel cortocircuito tra domanda e offerta di lavoro – tra obsolescenza delle competenze attuali e mancanza di quelle nuove – che iniziamo ad intravedere nel nostro mercato del lavoro.
L’altra direzione su cui lavorare è riorientare la contrattazione da un’impostazione di comparto ad un’ottica di filiera, con un’operazione di ricomposizione degli ambiti e dei perimetri che risponda ad una logica coerente con la nuova complessità del lavoro e della struttura produttiva.

Il Veneto è un laboratorio interessante. Secondo uno studio dell’Università di Venezia, il 20% delle imprese è in fase avanzata di diffusione della digitalizzazione, il 20% è in una fase di sviluppo, il 60% non è per nulla digitalizzata.
Le imprese digitalizzate sono quelle in cui si concentrano maggiori investimenti, in cui aumenta il valore aggiunto, la produttività, il reddito di impresa. L’unico aspetto che non cresce è il salario dei lavoratori (neanche di quelli maggiormente qualificati).
Per il sindacato si pone una questione cruciale: “come redistribuire da una parte il lavoro che inevitabilmente si ridurrà, e dall’altra l’aumento – potenzialmente enorme – della produttività, che non può essere appannaggio del solo capitale, ma deve andare anche a orario, salario, e soprattutto occupazione”.
E occorre porsi il problema di come rappresentare e far crescere cognizione e forza contrattuale del cosiddetto “proletariato digitale”, di accelerarne la “maturazione”.

La Cgil ha raccolto oltre un milione di firme sotto una proposta di legge di iniziativa popolare per una nuova Carta dei diritti universali del lavoro. Il principio su cui si fonda è che esiste un corredo di diritti fondamentali che va garantito sempre, a prescindere dalla tipologia di contratto e dalla natura del rapporto di lavoro.
“Ripartiamo da qui – esorta Ferrari – rimettiamo il lavoro al centro delle nostre società, interrompiamo la deriva di un sistema economico che rischia di autodistruggersi, portandosi dietro anche le nostre democrazie”.

Leggi la relazione completa di Christian Ferrari

Con le parole chiave , , . Aggiungi ai preferiti : permalink.

I commenti sono disattivati