CONVENZIONE REGIONE MEDICI: UN PASTICCIO

La convenzione tra la Regione e i medici di famiglia è un pasticcio che non risponde alle finalità del piano socio sanitario. La sanità è una cosa seria, ma la Regione Veneto fa campagna elettorale: questo il titolo di una nota della Cgil regionale sull’accordo siglato dalla Regione con le organizzazioni dei medici convenzionati.

La riportiamo di seguito.

“La CGIL del Veneto, esprime preoccupazione per le scelte della Regione che rischiano di compromettere la fase attuativa del nuovo Piano Socio Sanitario e per le ricadute negative che tali scelte stanno producendo o rischiano di determinare.

Il cuore del nuovo PSSR doveva essere – e per quanto ci riguarda è ancora così – una nuova e diversa riorganizzazione della rete ospedaliera fatta anche di riconversioni e/o chiusure di piccoli presìdi ospedalieri, taglio (non lineare) di posti letto (ad es. reparti doppione) ma a fronte di una riorganizzazione territoriale più rispondente ai bisogni vecchi e nuovi dei cittadini, alla presa in carico della persona dentro ad un modello caratterizzato dalla continuità assistenziale, lasciando all’ospedale la cura e l’intervento sulla fase acuta. Tutto questo anche in considerazione dell’invecchiamento della popolazione, della necessità di far fronte all’aumento delle cronicità e complessità assistenziali, all’esigenza di superare le criticità che da tempo caratterizzano la medicina di base, criticità che troppo spesso si traducono per un verso nel ricorso improprio al pronto soccorso (soprattutto nei fine settimana) e per altro verso all’eccesso di prescrizioni diagnostiche legate più alla medicina difensiva che a effettive necessità.

Ad oggi, mentre è andata avanti la riorganizzazione della rete ospedaliera, soprattutto sul versante del taglio dei posti letto, altrettanto non si può dire del riordino e della implementazione dei servizi territoriali che passa da un nuovo ruolo dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, dalle maggiori sinergie fra ospedale e territorio, dalla riqualificazione della specialistica ambulatoriale, e da una nuova articolazione e organizzazione del lavoro del personale della sanità che dovrà misurarsi, a partire dal personale infermieristico, ma non solo, con un diverso modello, con nuove funzioni e nuovi ruoli.

In questo contesto, il recente accordo siglato dalla Regione Veneto con le OO.SS. dei medici convenzionati, preoccupa per più ragioni.

Si sono persi due anni importantissimi per far partire le medicine di gruppo integrate, penalizzando quella parte di medici (assolutamente minoritaria) che ha lavorato per ottemperare a quanto previsto nel piano. L’accordo in questione, infatti, fa slittare al 2018 il completamento di questo percorso, subendo in qualche modo anche atteggiamenti di resistenza al cambiamento oltreché pressioni sul terreno economico, che mal si conciliano con la fase di crisi attuale, che vede il personale tutto della sanità pubblica con i contratti e il turn over bloccati da anni.

E’ altresì sconcertante che la regione Veneto abbia ritenuto di aprire un confronto solo con i medici di medicina generale, tagliando fuori tutti gli altri soggetti che, assieme ai medici di medicina generale, dovrebbero garantire la presa in carico, la continuità assistenziale, la gestione dell’h24.

Per come è scritto l’accordo e il relativo contratto di servizio, non vi sono vincoli temporali riferiti ai vari “step” della riorganizzazione così come non è chiaro a chi compete il reclutamento del

personale che dovrebbe operare nelle medicine di gruppo integrate, l’unica cosa certa è che i costi saranno a carico delle ULSS.

Mancano all’appello verifiche e controlli sullo stato di attuazione degli obiettivi.

Quello che preoccupa di più è il nodo della continuità assistenziale che le nuove aggregazioni dovrebbero garantire ma nell’ambito di percorsi integrati.

E’ fuori dubbio che l’aumento delle cronicità e l’invecchiamento della popolazione hanno determinato nuovi bisogni assistenziali che sono stati di fatto scaricati sulle famiglie e genericamente sul territorio, senza aver costruito quella rete integrata di servizi e di strutture che i soli medici di famiglia non sono in grado di garantire e che può e deve diventare il punto di riferimento.

Una rete della quale devono far parte, oltre ai medici di medicina generale, un rinnovato sistema delle cure domiciliari (oggi pressoché ovunque appaltato a cooperative), ad una ridefinizione delle strutture residenziali, semi residenziali o più semplicemente di supporto alle famiglie dei pazienti presi in carico, ad una integrazione fra sistema delle cure primarie e specialistica ospedaliera e distrettuale, all’attivazione dei posti letto di comunità per garantire le dimissioni protette per quei soggetti che a seguito di dimissioni dall’ospedale non sono ancora nella condizione di poter rientrare in tranquillità e sicurezza al proprio domicilio.

Ecco perché questo percorso richiedeva e richiede l’impegno di tanti soggetti e di tutte le professionalità esistenti nel servizio sanitario regionale.

La Regione Veneto, invece, ha utilizzato anche questa partita con finalità prettamente elettorali, con buona pace del miglioramento dei servizi per i cittadini del Veneto”.