CHRISTIAN FERRARI INTERVIENE AL XVIII CONGRESSO DELLA CGIL

“Care compagne, cari compagni,
una nuova rivista progressista, ha aperto il suo primo numero con il titolo: “Vivere in un Paese senza Sinistra”. Un titolo provocatorio – che però coglie nel segno – perché racconta il dissolvimento di tanti punti di riferimento della nostra militanza. È come se viaggiassimo lungo strade senza nome. E non è una cosa da poco.
Perché: “…nominare bene le cose diminuisce il disordine e la sofferenza che c’è nel mondo”. Quando il disordine aumenta, è facile perdersi. Ma noi non possiamo permettercelo. Perché lasceremmo sole le tante persone che guardano a noi con fiducia. La Cgil rappresenta sì i loro interessi, contratta e difende i loro diritti, ma è molto di più. È un antidoto alla rassegnazione.

La speranza che – insieme – possiamo preparare tempi migliori. Perdersi non è un destino. È un rischio. Che fin qui abbiamo saputo evitare.
Il gruppo dirigente di questi anni – tutto, a partire da Susanna Camusso – non solo si è dimostrato resiliente all’aspra stagione della disintermediazione e della svalorizzazione del lavoro, ma ha combattuto – senza tregua – per difendere diritti, per arginare una crisi economica devastante, per recuperare spazi di protagonismo.
Per orientarci nella direzione giusta, è il caso – innanzitutto – di voltarci indietro, di riflettere sul percorso che ci ha portato fin qui a Bari. Un percorso caratterizzato da due peculiarità: il coinvolgimento di centinaia di migliaia di lavoratori e pensionati; e un’inedita unità di intenti programmatica. Sarebbe davvero una follia fermarci all’ultimo miglio.
Dobbiamo uscire dal congresso con un Segretario in cui si riconosca tutta l’organizzazione. Con la forza, l’autorevolezza, la pienezza di mandato che lo pongano all’altezza – con tutto il gruppo dirigente – delle aspettative di oltre cinque milioni di iscritti.

Ma rivolgiamo adesso lo sguardo fuori di noi.
Abbiamo a che fare con un Governo che a parole abolisce la povertà ma che nei fatti – portando al minimo storico gli investimenti – rischia di abolire il lavoro. Che taglia il welfare e fa scempio della giustizia fiscale. Che risponde alla strage che si consuma ogni giorno nei luoghi di lavoro, con il taglio dei contributi Inail.
Un Governo che – con l’avventurismo degli apprendisti stregoni – sta predisponendo un’autonomia che rischia di allargare – fino al punto di rottura – la forbice tra Nord e Sud. Lo dico qui – a Bari – da cittadino Veneto, orgoglioso di esserlo: il presunto diritto dei ricchi di separare il loro destino dai poveri è un’aberrazione politica, economica, e persino culturale.
E non vorrei che le Regioni del Sud – che ammiccano all’autonomia differenziata – ignorassero gli istinti più profondi di una parte del Nord. In quella pentola, bolle anche la pretesa dell’autosufficienza, della separazione, del “facciamo da soli”. E mi preoccupa, che neppure i lavoratori avvertano fino in fondo che la discussione sul c.d. residuo fiscale investe il cuore dei principi più generali di solidarietà e redistribuzione. Perché prima tocca ai territori, e poi alle classi sociali. Prima è la Regione più forte a pretendere per sé le risorse, ma poi sarà la Classe più ricca a farlo.

E un’ultima cosa non va dimenticata.
La Lega ha nascosto solo tatticamente la geografia dal suo simbolo, spostando la faglia della separazione giù, nel Canale di Sicilia. Ma ci metterà un attimo – quando sarà il momento – a far risalire la sua ideale linea di confine. Se qualcuno planasse su questa platea da un altro Pianeta, potrebbe dire: se la situazione è questa, il Governo ha le ore contate.
Noi – che stiamo tra i lavoratori tutti i giorni – questo errore non lo possiamo commettere. Come spiega il professor D’Alimonte, buona parte dei cittadini pensa ancora che il Governo – con tutti i suoi errori – stia dalla loro parte. E anche quando noi diciamo – giustamente – “troppo poco” valutando quota 100, oppure diciamo “non reddito, ma lavoro di cittadinanza”; molti rispondono: per noi è comunque qualcosa, mentre prima non c’era nulla.
E vorrei ricordare a chi ci imputa un ritardo di reazione alle scelte dell’Esecutivo, che il tempismo – nelle battaglie sociali – è decisivo. La manifestazione del 9 febbraio sarà il primo – importantissimo – passo di un cammino che non sarà breve. Ci vorrà tempo perché i lavoratori si rendano pienamente conto del disastro che può produrre questo Governo. Perché per molti di loro, il disastro è in corso da anni.
Anni di precarietà, di diritti calpestati, di tagli alle protezioni sociali. E la Sinistra politica europea – intrappolata nelle compatibilità di un sistema che non è stata lei a scegliere, ma che ha subìto rinunciando a cambiarlo – non ha certo finito di pagare il prezzo di questa sua rassegnazione. Su quel versante, costeggiamo un deserto in cui il vento che soffia impetuoso dal 4 marzo, spazza tuttora la polvere.

Ci vuole capacità di ascolto, per sentire il grido di dolore che sale dalla società. E ci vuole pazienza, tenacia, perseveranza con le persone che rappresentiamo. Con i tanti che temono per il loro lavoro, per fargli capire che il rischio recessione non è un accidente, ma anche la conseguenza delle scelte economiche di questo governo. Con i lavoratori che pagano oltre l’80% del gettito Irpef, per dimostrargli che la “flat tax” sottrarrà risorse prima di tutto a loro.
Per condividere con le nuove generazioni la consapevolezza che la rivoluzione digitale distribuisce sì conoscenza, ma concentra ricchezza. E che senza mettere il progresso tecnologico al servizio di tutti, il web resterà solo uno spazio dove manifestare rabbia. Dove subire la manipolazione di chi oggi detiene i nostri dati, e domani proverà a condizionare i nostri sentimenti. È con quelle ragazze e quei ragazzi, che dobbiamo costruire l’alternativa. Che non arriverà da fantomatici “Partiti del PIL”, e tanto meno da chi vaneggia su una rapida rivincita, riproponendo le stesse ricette fallimentari del passato.
Ascoltare il canto di queste “sirene”, vorrebbe dire compromettere il nostro insediamento sociale. Il patrimonio più prezioso che abbiamo.

In Veneto – nonostante un contesto politicamente ostile – siamo diventati – dal 2017 – il primo sindacato della nostra Regione. Sappiamo bene che essere nei luoghi di lavoro non equivale ad esercitare egemonia. Ma se non ci sei, non hai nemmeno le condizioni per provarci.
Le scelte compiute dalla Cgil in questi anni hanno saputo – con tutte le difficoltà – stare in questo contesto. Ed è in questa temperie, che si inserisce sia il nostro documento unitario, sia la proposta di Maurizio Landini come Segretario generale.
Noi siamo gelosi del nostro modello di democrazia di mandato. Che ci ha evitato le derive plebiscitarie che hanno distrutto la politica. Ora si tratta di esercitarla nel modo giusto, interpretando le aspettative del nostro popolo. Alimentando anche la connessione sentimentale con chi rappresentiamo, e dandoci una direzione collettiva e plurale, che ci consenta di svolgere fino in fondo la nostra funzione anche per contribuire alla rinascita della Sinistra politica.
Perché abbiamo bisogno di una politica che condivida i nostri obbiettivi: un’Italia più giusta e più moderna, e un’Europa unita che torni alla dimensione sociale e abbandoni quella mercatista. Un’Europa che ribalti le politiche di austerità, prima che la tragedia greca – ancora incisa nella carne viva di quel paese – possa ripetersi. Un’Europa che consideri il bambino raccolto in fondo al mare – con la pagella che certificava il suo talento, cucita in tasca – parte fondamentale del suo futuro, e non la prova – orribile – che non abbiamo imparato nulla dal nostro passato peggiore.

Credo ci siano ragioni sufficienti per comprendere che non esiste alternativa ad eleggere il Segretario di tutta la Cgil.
Se useremo anche queste ultime ore per reintrecciare la trama e l’ordito di una tela unitaria, io sono certo che lunedì riprenderemo – più forti di prima – il nostro cammino.
Il sentiero sarà impervio. Ma percorrerlo, sarà una delle cose più appassionanti che la vita ci riserverà”.